Semplicemente Ayrton.

 

 

 

 

Ayrton mi stupì quando ancora non era Senna e quando ormai non lo era più (anche se resterà immortale).

 

Lungi da me la volontà di narrare la carriera di Ayrton Senna. L’hanno fatto già in tanti, anzi in troppi. Solo le frasi ed i motti che gli vengono attribuiti, sono molti di più delle parole che probabilmente lui ha pronunciato in pubblico in tutta la vita. Dopo la sua scomparsa tutti lo conoscevano, lo frequentavano, erano confidenti personali. Che fastidio…

Io Ayrton non l’ho mai conosciuto ma l’ho molto ammirato.

A casa, mia madre si raccomandava in mille occasioni e mi diceva sempre: “ricordati, la prima impressione è quella che conta”.

Ecco, la prima impressione che ho avuto di Ayrton è stata folgorante. Non l’ho visto in gara con la Formula 1 ma molto più semplicemente in una giornata di test  al kartodromo di Pinarella di Cervia. L’Happy Valley della famiglia Foschi.    La DAP stava provando del materiale,  poteva essere forse il 1979/80 e  portava in  pista i piloti Lanzetti,  il “brasiliano” ed il privato, con mezzi DAP semiufficiali, Walter Masini.

Ancora non era Senna ma “solo” Ayrton Da Silva, ragazzo brasiliano di buone speranze, venuto in Europa per tentare una carriera.  Lanzetti aveva una guida pulita, elegante. Masini, più alto e molto magro, seduto sul kart aveva le ginocchia quasi ai lati del volante ed i gomiti in fuori ma era comunque molto efficace e grande conoscitore di Pinarella. Poi c’era lui, l’oggetto misterioso. Già si sapeva che era molto forte e d’altronde i risultati parlavano per lui, ma io non l’avevo mai visto in azione.

Ancora Da Silva non era sceso in pista ed io, rimanendo alla giusta distanza per non essere troppo invadente, guardavo il lavoro dei suoi meccanici intorno al kart ed ascoltavo lui parlare. Onestamente non era facile capire cosa dicesse ma sentivo una sorta di cantilena; lenta, dolce, lui molto tranquillo, parlava a bassa voce sporgendosi in avanti. Finalmente prende il casco: scende in pista.

Mi porto nella zona del bar dove ho visibilità su tutta la pista. Ayrton si posiziona al fianco del Kart, chinato con una mano sul volante e l’altra sul bordo del sedile. Il meccanico impugna il paraurti posteriore con una mano e l’altra sul sedile, lo solleva, i due tre passi di rincorsa e giù. Ayrton salta sul kart  direttamente con il piede destro sul pedale del gas. A quel punto ho visto la metamorfosi. Quel ragazzo calmo e misurato si è trasformato in un demonio. Dal primo scoppio del motore ha messo giù il piede per inanellare una serie di giri al limite. Intraversava il kart a gas aperto facendo uscire dal carburatore a ghigliottina un verso strozzato e ringhioso al tempo stesso. Danzava tra le curve mettendo le ruote sempre nello stesso posto. Al segnale del meccanico, compie l’ultimo giro sempre al massimo e rientra nella corsia box a manetta bloccando le ruote per fermarsi.  Mi sono detto: è veramente forte. Ma quello che mi ha proprio strabiliato non l’ho visto in pista, ma subito dopo.

Sceso dal kart, dopo quei giri a ritmo forsennato, mi aspettavo che parlasse in modo concitato, che gesticolasse, che non riuscisse a stare fermo ed invece trovo una persona tranquillissima. Sembrava che si fosse appena alzato dalla poltrona dove aveva appena finito di leggere un libro noiosetto sorseggiando un tè. La solita lenta e dolce melodia. Ma porca puttana! Questo gira così ed e così tranquillo? Avevo capito che era veramente speciale. Avevo “toccato con mano”.

Il poster della DAP “The Kings of Karting” con lui e Terry Fullerton è rimasto appeso nella mia camera per tanti, tanti anni.

Poi chi è stato e cosa è diventato Ayrton Senna lo sanno tutti, è scritto nella storia dell’automobilismo con i suoi tre titoli mondiali, quarantuno vittorie e sessantacinque pole position in F.1. La sua prematura e tragica scomparsa ha stoppato una carriera che avrebbe potuto dargli ancora tanto. Che avrebbe potuto darci ancora tanto. .

La successiva occasione dove ho potuto essergli ancora così vicino è stata molti anni dopo.

  1. Ero in Brasile, San Paolo, per disputare la 1.000 miglia di Interlagos con la Ferrari 575 GTC. Erano previste alcune giornate di prove per testare i pneumatici Pirelli ma problemi di dogana hanno fatto saltare il programma e ci siamo ritrovati con alcune giornate libere. Mi chiedo se ci fosse la possibilità di andare a fare visita ad Ayrton alla sua ultima dimora, era una cosa che avevo in mente da tempo.  Avvicino il taxista in attesa sotto al mio hotel e penso a cosa poter dire per spiegargli le mie intenzioni. Io non lo sapevo dov’era il cimitero e neanche quanti cimiteri ci possano essere in una megalopoli come San Paolo.   Per fortuna non faccio in tempo a nominare Senna che il tassista s’illumina: vuoi andare a Morumbi? Voglio andare da Ayrton Senna. Ok, nessun problema.

Chi non è mai stato a San Paolo non può rendersi conto del traffico caotico che devasta questa città. I “pezzi grossi” sono costretti a spostarsi da un grattacielo all’altro con l’elicottero. Anche la criminalità non scherza e se sbagli zona, rischi di trovarti nei guai seri ma dovrei essere in buone mani. Il taxista conosce il mestiere e si insinua nei flussi di traffico tra colpi di clacson e parole che non riconosco come “gentili”. Dopo circa quaranta minuti mi dice che siamo quasi arrivati ma a me sembra di essere ancora in pieno centro. Anzi nella zona più vecchia della città. Quella più nobile. Ad un certo punto svolta brusco ed entra in un portale che interrompe un lungo muro di cinta. Sembra abbastanza antico. Ci fermiamo nel  parcheggio di ghiaia bianca, scende dall’auto e mi fa segno di seguirlo.    Ad un certo punto si blocca e con il dito mi indica qualcosa allungando il braccio: Ayrton Senna!  Ringrazio e lui mi fa capire che aspetterà in auto.

Sono all’imboccatura del cimitero di Morumbi. La sensazione che provo in quel momento è stranissima, difficile da spiegare. E’ come trovarsi al bordo di una piscina pubblica con tutti i suoi schiamazzi, stress, caldo, agitazione ed all’improvviso buttarsi in acqua e rimanere sotto. La sensazione di fresco, di pace, di silenzio. Questo è quello che percepisco. Il contrasto è quasi da stordimento. Oltre il muro, una città da 20 milioni di persone in piena frenesia, di qua la pace più totale. Una distesa verde di erba curatissima non perfettamente in piano e con leggeri declivi. Nessuna lapide, nessuna opera funeraria, nessuna croce. Solo una distesa di erba verde ed a terra piccole targhe di ottone per ricordare chi giace là sotto.  Alcuni fiori colorati. Non una distesa geometrica, ordinata,  ricorda piuttosto il posizionarsi casuale delle tovaglie da picnic come avevo visto al Central Park di New York.  Poche persone presenti, quasi nessuno. Rimango fermo per un attimo, mi guardo intorno e sono sorpreso. Mi aspettavo, per il grande Ayrton, qualcosa di maestoso, una statua, lapidi, insomma qualcosa che rappresentasse la sua grandezza ed invece… eccolo lì, una targhetta tra le altre. Guardando nella direzione indicata dal taxista, vedo uno spazio con maggior concentrazione di fiori.  Mi avvicino lentamente, mi dispiace pestare quell’erba così verde e cammino quasi in punta di piedi.  Allungo il collo in mezzo ai fiori e leggo:  Ayrton Senna Da Silva  21.03.1960   01.05.1994.

Un brivido mi corre lungo la schiena, alzo la testa per respirare profondamente e mi accorgo di essermi affacciato su quel semplice sepolcro trattenendo il respiro. Guardo in alto, guardo il cielo, cerco la spinta per guardare ancora quella targhetta, quel nome che ho letto centinaia di volte, ma questa volta non lo leggo ai lati di un abitacolo.

“Nada pode me separar do amor de deus”. Non riesco più a staccare gli occhi.

Tra i fiori ci sono decine di bigliettini, testimonianze di stima, di amore, non voglio toccarli perché li reputo una cosa molto intima. In un momento di raccoglimento, ripenso a quando ho visto “il brasiliano” per la prima volta a Pinarella. Ripenso a quello che ha fatto, a quello che ha rappresentato per il suo paese  e non solo.  M’intrattengo a lungo e mille pensieri mi corrono in testa ma con la lenta e dolce melodia sentita da Ayrton quella volta. Sono totalmente immerso, quasi cullato da questa dimensione surreale. Ripenso alla sua caparbia determinazione nell’essere il migliore, ed il migliore lo è stato. Sono svuotato e ricaricato al tempo stesso. Una strana sensazione.

Nella tua grandezza hai forse vissuto una vita più tormentata di quello che si possa immaginare ma adesso, Ayrton, io vorrei che tu fossi sereno come l’ambiente che ti circonda in questo posto. Ora devo andare, ti abbraccerei  ma non voglio farmi vedere con gli occhi rossi. Grazie Ayrton per le emozioni che mi fai vivere… ora, come allora.

A proposito, poi ho imparato anch’io ad intraversare il kart a gas aperto. Ciao Ayrton.

 

Dru

 

 

 

 

Autore dell'articolo: Luca

3 thoughts on “Semplicemente Ayrton.

    Augusto

    (12 settembre 2017 - 16:34)

    Dopo i 2 giri a Imola lo scorso weekend avevo capito che non eri un pilota qualunque, adesso scopro anche una penna ispirata. Complimenti!

    susy

    (10 marzo 2017 - 13:28)

    Grazie di aver condiviso, ho i brividi e piango! Grazie Ayrton

    Ginaccio

    (9 marzo 2017 - 11:59)

    Ciao Luca,
    Sei veramente una sorpresa….. positiva!!!
    Ti ho conosciuto come pilota, papà di un pilotone…. ma adesso anche come trasmetti là tue esperienze.
    Leggendoti mi sono sentito veramente piccolo piccolo.
    Con stima
    Gino

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