Ci avviciniamo alla gara (Parte 2)

 

Ci avviciniamo alla gara

 

Luciano Radavelli

Domenica 31 maggio sono già in circuito per piazzare il mio motor-home. A malincuore, per questa volta, Barbara non mi ha potuto seguire. E’ in arrivo il piccolo Mattia ed il medico ha consigliato per questo periodo riposo e niente emozioni forti. Esattamente il contrario di quello che propone la 24h di Le Mans. Per questa trasferta mi ha accompagnato il mio amico Luciano Radavelli, grande appassionato. Ci conosciamo da una vita, abbiamo corso insieme in kart ed una volta durante una seduta di prove gli avevo anche rotto un braccio facendolo capottare.

 

Incomincio ad ambientarmi. Ho già corso altre volte a Le Mans, ma sul circuito Bugatti di 4 km.. Per la 24 ore lo scenario cambia completamente. Mi aggiro nel paddock con gli occhi sgranati come un bambino per la prima volta al luna park. Lo spiegamento di forze delle case ufficiali è enorme: la Toyota ha fatto montare un motel prefabbricato per i propri piloti e la Porsche intorno alla propria hospitality ha creato un giardino con tanto di laghetto e relativa cascatella! I giornali hanno definito questa edizione “la corsa del secolo” per il più alto numero di costruttori ufficiali impegnati in gara.

Passo in rassegna i box e mi diverto a dare un voto all’eleganza e funzionalità degli allestimenti delle varie squadre; vince la Toyota ma il nostro box non è da meno.

Salutando i componenti della squadra mi accorgo di tante facce nuove. Mi riferiscono che per la 24h il team è composto da 92 persone più i piloti!

La giornata di lunedì passa tranquillamente chiacchierando con gli altri piloti. Nel pomeriggio affronto con  Luciano  un giro di pista in bicicletta. Sorrido perché, da contratto, non potrei andare in bicicletta ma la stessa mi è stata fornita direttamente dal team… quindi pedalo. La minaccia di pioggia ci impone un ritmo per me anche troppo sostenuto ma non ci siamo bagnati.

A sera facciamo conoscenza con l’equipe medica del team, capitanata dal dott. Vincenzo Tota che prevede che le assistenti ai piloti siano le graziosissime Claudia e Silvia che con il loro simpatico accento toscano mi illustrano il programma di preparazione alla gara: massaggi, ossigeno terapia, integratori, vitamine e tutto quanto possa tenerci efficienti e reattivi anche durante le ore dove la stanchezza si farà sentire di più.

Autografi in Place des Jacobines

Martedì le verifiche tecniche e sportive che, come da tradizione, si svolgono nel centro della città in Place de Jacobines. Uno spettacolo nello spettacolo. E’ un ottimo momento per il pubblico di essere a contatto con macchine e piloti. Quando scendo dall’auto che mi ha portato in piazza, sono letteralmente assalito da cacciatori di autografi che mi sottopongono da firmare album, cartoline, poster della gara e con mio stupore, anche mie foto recenti o vecchie di qualche anno alla guida di Porsche e Ferrari F40. Per un attimo mi sento importante, penso quasi di essere famoso!

Anche le operazioni di verifica sono occasione di festa. Speaker che commenta gli equipaggi e le relative macchine, musica, bancarelle che offrono materiale delle 24h anche vecchio di decenni e soprattutto tanta gente.

Mercoledì briefing del direttore di gara con le solite raccomandazioni ed alcuni chiarimenti sull’uso della safety-car. Mentre il direttore parla, mi estraneo per qualche istante e mi guardo intorno: sono seduto vicino a Pierluigi Martini e Michele Alboreto, dietro a Stefan Johansson e Jean Marc Gounon, davanti a Pescarolo, Stuck, Bob Wollek. Più avanti trovano posto Boutsen, Winkelhock, Cecotto, Brundle, McNish e tanti altri. Una raccolta di autografi tra i piloti presenti, sarebbe sufficiente a siglare una buona fetta della storia automobilistica su pista degli ultimi 20/30 anni.

Prima dell’inizio del turno di prove ufficiali, abbiamo il briefing del team dove ci vengono spiegati obiettivi e strategie. Dal tono del boss Hugues de Chaunac, capisco che è ora di fare sul serio e mi calo nella parte:

Auto n° 50

Karl Wendlinger, Marc Duez, Patrick Huisman

Auto n° 51

Olivier Beretta, Pedro Lamy, Tommy Archer

Auto n° 53

Justin Bell, David Donohue, Luca Drudi

Sono il più basso

 

 

Partono le prove ufficiali. Sono alla mitica 24h di Le Mans in squadra con Justin Bell, figlio del mitico Derek, e David Donohue, figlio del mitico Mark. Mi rendo conto di non avere niente di mitico da mettere sulla bilancia così mi convinco che sono stati sufficienti gli “attributi” per farmi guadagnare il posto in squadra e quindi non mi sentirò in soggezione nei confronti di nessuno.

Gli ordini di squadra prevedono un giro cronometrato per ognuno di noi che ci garantisca la qualifica, poi il pilota più esperto di ogni equipaggio cercherà di ottenere il meglio dall’auto.

Lavoro ai box durante le qualifiche

Dopo Justin parto per il mio giro cronometrato e rivedo il film che ho cercato d’immaginare tante volte nei giorni precedenti la gara. Il circuito mi coinvolge, mi affascina, mi porta a guidare bene in segno di rispetto alla tradizione ed alla storia che dal 1923 si scrive su queste strade.

Concludo il mio giro e rientro al box. Quando tutti avranno completato il turno mi riscopro 2° dietro a Pedro Lamy. Notevole!

Le qualifiche verranno portate avanti da Wendlinger (auto n° 50), Beretta (51) e Bell (53).

Nel secondo turno (22.00 – 00.30) scendo in pista con lo scopo di prendere confidenza con la pista di notte. Rimango ancora più affascinato. A più di 300 km/h la strada sembra perdersi nel bosco e mi rendo conto che, al contrario di quello che ci piace affermare, una buona dose d’incoscienza deve essere intrinseca nei piloti per fargli affrontare rischi così palpabili. A fine turno le 3 VIPER saranno ai primi 3 posti della categoria GT2!

Le prove del giovedì saranno dedicate al rodaggio dei vari componenti, infatti nella giornata sono stati installati motore, cambio, differenziale, frizione, freni, semiassi, ecc. completamente nuovi e saranno quelli da utilizzare in gara. Pochi giri e massimo rispetto per la meccanica. D’accordo con Oliver Beretta ne approfitto per fare un paio di giri dietro di lui e verificare le traiettorie.

Venerdì. La mattinata la passo in compagnia degli addetti alla telemetria per verificare la mia guida, soprattutto in funzione della gara, studiando i grafici per cercare il giusto compromesso tra velocità, risparmio della meccanica e consumi.

Venerdì, come da tradizione, non si scende in pista ed il nostro programma prevede il briefing del team per mettere a punto le strategie della gara.

Su di un punto De Chaunac è categorico: non sono ammessi errori dei piloti! Lo dice soppesando le parole e guardandoci negli occhi uno ad uno. Sarebbe sufficiente a terrorizzare chiunque, ma sono tranquillo, non ho mai sbagliato nei 4.000 km. di test che ho svolto alla guida quest’inverno, non ho mai sbagliato nelle qualifiche e relative pre-qualifiche, sono sicuro di essere all’altezza della situazione e del compito che mi è stato affidato e quindi reggo lo sguardo ed abbozzo un’espressione che significa “stai tranquillo, non sbaglierò”. Hugues accenna un sorriso, so che ha fiducia in me e questo mi tranquillizza ancora di più.

Con gli ingegneri affrontiamo gli aspetti tecnici e come intervenire sull’auto in caso di problemi. Sulla macchina abbiamo una trousse di attrezzi per gestire le piccole emergenze: una pila, una spugna con manico per il vetro, cinghie, nastro e… un telefono cellulare con memorizzati i numeri del boss, del direttore sportivo e del direttore tecnico. La pista è talmente lunga che, anche con i ponti radio, in alcuni punti le comunicazioni potrebbero essere difficili. Proviamo e riproviamo il cambio pilota per velocizzarci sempre più, cercando di rendere i movimenti più automatici possibili. Si incomincia a respirare aria di gara e la tensione diventa palpabile, difficilmente si scherza.

 

La parata dei piloti sulle auto storiche per le vie della città, vede partire il nostro equipaggio per primo. La gente assiepata lungo il tracciato già da tempo ci accoglie con un vero boato; sento la pelle d’oca e incomincio a firmare autografi a tutto spiano. Ancora una volta è festa: musica, ballerine brasiliane, bande musicali di 4 diverse nazioni e folkloristici tifosi inglesi pieni di bandiere, tatuaggi, pinces e … birra.

Finita la parata ci aspetta un vero tour de force per passare da una cena all’altra dove la Chrysler ha piacere di presentare i piloti ai propri invitati. Dopo aver stretto centinaia di mani ed esserci presi un’indigestione di “good luck” ci ritroviamo a mangiare seduti ad una tavola improvvisata nella cucina di un ristorante. La tensione si è allentata e la serata si conclude simpaticamente con il Boss che tiene banco con battute e scherzi; il più bersagliato è Pedro Lamy.

 

Sabato mattina la tensione incomincia a salire, le tribune incominciano a riempirsi con velocità impressionante, i tifosi incominciano a sventolare le bandiere ed il villaggio a fare affari. Intorno alla 24h gravita un business incredibile di souvenir che ogni spettatore non può mancare di portare a casa.

Il warm-up passa bene, ci rendiamo conto che abbiamo una macchina veramente ben bilanciata che ci permette buoni tempi sul giro senza prendere rischi.

Io, Justin e David ci appartiamo, il feeling è buono, ci promettiamo solennemente di non strapazzare la meccanica e di non scendere in competizione tra noi.

Tecnici francesi, inglesi, tedeschi, americani, 9 piloti di otto nazioni diverse, il team è a dir poco cosmopolita e per allentare la tensione quando ci si incrocia lo sguardo la domanda di rito è: ” All is good? ” , risposta: ” Good!”, con tutti questi good che riecheggiano, sembra di essere in una gabbia di tacchini e per rincarare la dose mi metto a canticchiare (seguito da altri) “I feel good” di James Brown.

 

A mezzogiorno presentazione di auto e piloti davanti alle tribune principali. Ad un certo punto sento un boato che neanche Schumacher avrebbe potuto suscitare. M’ incuriosisco ma il mistero è presto svelato: sono entrate in scena le acclamatissime modelle dell’Hawaian Tropic. I fotografi si scannano ed il pubblico continua le ovazioni. Mi viene il dubbio che siano qua per le modelle e non per la gara.

La gara (parte 3)

Autore dell'articolo: Luca

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