Il motorino, la velocità e la solitudine.

Da bambino ero stato letteralmente folgorato dalle moto. I “motori”,  come si dice da noi in Romagna, mi erano entrati nel sangue.  Divoravo le riviste, guardavo le moto passare per strada, mi fermavo a guardare quelle parcheggiate e poi le disegnavo.

Scrivevo a penna, su foglio a quadretti,  alle case motociclistiche: sono interessato all’acquisto di una vostra moto e vorrei ricevere  informazioni.

Quando tornavo a casa da scuola, se nella buchetta trovavo “quelle buste grandi”, mangiavo in trenta secondi per scoprire poi cosa mi avessero mandato. Anche allora il customer care (l’attenzione al cliente)  non era niente male.  Depliant, listini, schede tecniche, adesivi… per me una manna. Avessero saputo che avevo dieci anni si e no…

Mi ricordo ancora la busta della Laverda.

Bellissima con il suo marchio inserito nel tricolore della nostra bandiera.

E poi le corse. Incredibili. La mototemporada che si correva a due passi da casa mia. La scoperta di emozioni inimmaginabili. L’urlo prepotente dei motori quattro tempi ed il sibilo dei due tempi, che io cercavo di imitare urlando a squarciagola mentre pedalavo il più velocemente possibile sulla mia bicicletta.

A volte ero sulla Benelli, altre sulla MV Agusta ma all’improvviso, potevo trovarmi a sfrizionare come una matto per una partenza da fermo con una Derbi o una Malanca 50. L’odore dell’olio di ricino lo riproducevo nella mia mente ed era fantastico.

Poi accadde un fatto.

Era una bella giornata d’autunno, il sole ancora scaldava l’aria ma i colori erano già quelli tipici della stagione.

Avevo 12 anni, lo ricollego ai fatti salienti di quel periodo ed in particolare a quello più drammatico: la morte del mio concittadino Renzo Pasolini sul circuito di Monza. Dalla sua scomparsa non avevo tifato più per nessuno però,  per  l’anno successivo,  avevo iniziato ad avere simpatia per Gianfranco Bonera che era stato ingaggiato dalla MV per affiancare l’inglese Phil Read. Era quindi l’anno 1974.

Viale Principe Amedeo

A casa da scuola, probabilmente per giornata festiva, mi ritrovavo nel garage sotto casa per studiare qualche modifica alla mia bici. Nel garage trovavano spazio anche le fantastiche moto di mio fratello maggiore.  Prima Moto Morini Corsarino, poi il Corsaro  ed in quel momento una Triumph Bonneville .  Io la guardavo, ma potevo solo sognare di guidarla. Già era fantastico quando mi veniva a prendere a scuola con la moto ed in Viale Principe Amedeo apriva tutto il gas. Adrenalina a mille.

Però, sotto alcune vecchie biciclette ed altre cose, giaceva inerme ed impolverato un “motorino”,  che non avevo mai capito se fosse stato di mio padre o di un qualche zio. Lo vedevo là  sotto da sempre.

Preso da insano raptus, incomincio un complicato gioco d’incastri per riuscire a portarlo fuori. Trascino un mobile, sopra al quale metto vecchi lampadari. Le casse dell’acqua raddoppiano in altezza, per dimezzare lo spazio a terra . Le biciclette trovano momentaneamente spazio fuori dal garage  ed infine una rete da letto, si ritrova in piedi barcollante per il precario equilibrio.

Finalmente l’ho raggiunto: un motorino!

Mi avvicino quasi timoroso e lo studio. Un MOTOM. Curioso, lo puoi leggere al contrario e rimane uguale. Oggi direi: un palindromo.  Un  Motom del colore meno da corsa possibile: beige, tre marce a mano più i pedali.  Provo a metterlo in equilibrio per capire se riesco a reggerlo: ce la posso fare.

Il primo problema da affrontare sono le ruote sgonfie ma fortunatamente una pompa adatta la trovo. Sistemate le ruote lo metto fuori. Metterlo sul cavalletto è stata una bella impresa  e comunque da seduto sul sellino  non toccavo terra con i piedi. Una mente sana avrebbe soddisfatto la sua curiosità di studiare quel motorino alla luce del sole, per poi rimetterlo dove l’aveva trovato prima che tornassero a casa i genitori. Ma io no. Lo volevo sentire in moto.

Svito il tappo del serbatoio ed incredibilmente conteneva ancora benzina. Questo per me era un segnale. Era ancora vivo, scorreva ancora il sangue nelle vene. Voleva accendersi, voleva che io l’accendessi.

Faccio un piccolo controllo generale.  Allora: le ruote girano, per il momento rimango gonfie. Le leve del freno sono dure ma si muovono, lo sterzo gira liberamente ed  il grosso della polvere l’ho tolta.  Secondo me  posso metterlo in moto.

Salgo in sella e pedalo come un forsennato. Niente da fare. Provo e riprovo fino allo sfinimento. Niente da fare.   Il motorino non si accende. Sono sconfortato, deluso, avvilito. Consapevole di essermi messo in qualcosa più grande di me.

Scendo di sella e lo guardo quasi con disprezzo… ma l’occhio cade su di un piccolo contenitore inglobato nel telaio. Quasi un piccolo serbatoio. Lo apro e tra le altre cose trovo una chiave della candela. La candela ! La candela, come ho fatto a non pensarci prima. Avevo già visto mio padre alle prese con un generatore che non voleva saperne di partire e lui, intervenendo sulla candela, l’aveva messo in moto.  Smonto la candela e cerco di ricordare quello che avevo visto.  Prima l’aveva annusata, una bella spazzolata, un poco di carta vetrata e poi l’aveva scaldata con un accendino prima di rimontarla.

L’annuso, anche se allora non ne sapevo bene l’utilità,  faccio  tutto il resto ma non ho un accendino. Non posso fermarmi per così poco.  Salgo in casa, accendo il gas in cucina, la scaldo e poi mi precipito giù per rimontarla più rapidamente possibile.

Salgo in sella, mi concentro , raccolgo le forze e spingo più forte che posso sui pedali: brombrom uououa . Morto, ma due colpi li ha dati. Altra pedalata.  Brua, brua …Vroooom Vrooom Vrooom.

Non credo alle mie orecchie! Ho acceso il motorino!! Il cuore mi batte a mille. Dalla marmitta esce fumo. Il mio fumo. Ho acceso un motore che fuma e fa rumore solo per me. Sono stato io!  Dopo qualche sgassata rimango in sella con il motore che borbottava al minimo. Avevo il petto gonfio di orgoglio.

Lo spengo e mi godo il momento. Che bello! E il cambio? Voglio provare il cambio. Rimetto in moto e rimanendo sul cavalletto, tiro forte la frizione e giro la manopola. Clac!  Lascio la frizione e le ruote iniziano a girare. Gas e cambiata: Clac. Figo. Clac e sono in terza che sfreccio… sul cavalletto.

La parte razionale di me, in modo suadente mi diceva: “Ok Luca, hai ottenuto quello che volevi. Adesso rimetti tutto a posto e vai a farti un giro in bicicletta”. Purtroppo la razionalità, soprattutto a dodici anni, ha una voce molto flebile, quasi impercettibile. Proprio dietro l’orecchio, al contrario, una voce imperiosa mi diceva: “ facci un giro! Provalo! Esci da quel cancello”.

Detto e fatto. Rapidamente ed alla buona, rimetto dentro al garage le biciclette che avevo portato fuori, chiudo la porta e… scruto il cancello. Una sorta di colonne d’Ercole.  Decido di spingere il motorino fin sulla strada e  lo alzo sul cavalletto. Alla prima pedalata il motore parte allegro. Scendo dal cavalletto stando tutto storto per poter arrivare almeno con un piede a terra. Frizione, metto la prima. Clac.  Lascio la frizione ed il motorino si ferma dopo un salto in avanti di un metro .  Ma porca miseria, ci è mancato poco che mi buttasse a terra.

Sale la tensione ma non voglio mollare. Ripeto tutta l’operazione ma questa volta, a fatica, lascio la frizione più lentamente dando più gas. L’animale mi schizza via da sotto le gambe ma riesco miracolosamente a rimanere in sella. Procedo in prima zigzagando.  Bello, molto bello. Rapidamente incomincio a prenderci  la mano . Sempre più gas, sempre più veloce, qualche errore di cambiata ma tutto sommato non vado male.

La tensione lascia spazio ad una strana euforia: sono alla guida di un motorino ed è una sensazione fantastica. Mi stupisco dell’aria che arriva in faccia, mi compiaccio del rumore e del fumo che faccio.

In quella bella giornata d’autunno le strade sono piene di foglie cadute dagli alberi  ed io ci sfreccio in mezzo girandomi pericolosamente indietro a guardare il turbinio che provocavo.  Gli occhi mi lacrimavano, le mani mi facevano un male cane per la durezza di tutti i comandi  ma ero maledettamente felice.

Rapidamente mi porto sul lungomare, rotonda del Grand Hotel e poi indietro verso il porto. Una parte del circuito delle mototemporade, mi sento un grande. Un pilota!

Dopo aver girato avanti ed indietro, decido di voler condividere questa mia gioia ed euforia con i miei amici. Provo nei classici posti di ritrovo ma tutti deserti. Rombando mi reco al pattinaggio vicino al circolo del tennis. Anche qui nessun amico ma ci sono delle ragazze. Mi sento talmente figo che mi fermo a guardarle in sella alla mia bestia pensando di vederle arrivare a frotte. Nessuna mi caga ed allora rimetto in moto e mi rilancio. Ecco che l’euforia ritorna a mille.  Questo mi piace. L’euforia, l’ebrezza che mi da la velocità, l’adrenalina.  Vado a più non posso fino a che il motore incomincia a perdere potenza. Sempre di più fino a fermarsi ed un dubbio mi assale. La benzina!

Faccio ritorno verso casa pedalando in modo sgraziato ed ho tempo di pensare:  come fare a spiegare a qualcuno, ad un amico, quello che si prova ad andare veloci con un motore?

Giungo alla conclusione che sono emozioni che vanno vissute in solitudine, la stessa solitudine che, a conferma, mi ha accompagnato spesso  nella mia carriera di pilota. Da solo chiuso in un abitacolo, da solo a lottare con gli altri, da solo in un aeroporto, in una camera di hotel,  in un taxi, seduto al tavolo di un ristorante.  Quella solitudine che, in fondo,  crea un rapporto privilegiato con sé stessi. Solitudine che spesso ricercavo ed anche per questo venivo definito un po’ “orso”. Se questo racconto fosse un film, la scena finale sarebbe la seguente:  immagini patinate stile film Grand Prix degli anni ’60.  Rumore di motore al massimo,  inquadratura sul traballante contagiri con la lancetta bianca in “zona rossa”,  cambio di inquadratura sul pilota rinchiuso nel suo casco con lo sguardo fisso  in avanti , cambio inquadratura  verso il nastro d’asfalto, indefinito, grigio, con sfuocate sagome informi che sfrecciano ai lati mentre il motore urla sempre di più.

La velocità, in fondo, cos’altro è, se non una solitudine fantastica?

 

 

 

 

Autore dell'articolo: Luca

4 thoughts on “Il motorino, la velocità e la solitudine.

    Alex

    (7 marzo 2018 - 22:26)

    Meraviglioso, meraviglioso…

    Davide

    (15 febbraio 2017 - 21:30)

    Fantastico, siamo tutti malati di cilindri e pistoni, non guariremo mai! 🇮🇹

    Paolo Isolani

    (11 febbraio 2017 - 20:06)

    Il tuo racconto mi ha commosso.
    Mi ha fatto ripensare a quando,ragazzino quindicenne,prendevo di nascosto la Vespa GS di mio fratello e giravo per Volterra fino a
    finire la miscela.
    C’era un carabiniere che abitava vicino a me.
    Quando mi vedeva prendere la Vespa correva in caserma a prendere la seicento e girava la città come un matto perché sapeva che non avevo la patente e neppure l’età per averla.
    Quando ero sicuro che fosse andato a prendere la macchina mettevo a posto la Vespa e andavo in camera a studiare con la soddisfazione
    di averlo preso per i fondelli.

      Luca

      (14 febbraio 2017 - 19:15)

      Grazie. Sono piccoli ricordi ma evidentemente ci hanno segnato…

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