La gara (parte 3)

 

Sabato 6 Giugno – Ore 13.20

Inizia la procedura di partenza. Per la gara è previsto che parta Justin per il primo stint (circa un’ora) seguito da me e poi da David.

Sulla griglia saluto Olivier (Beretta) che parte sulla 51 dalla pole-position delle GT2 e Karl (Wendlinger) sulla 50.

Mi soffermo accanto a Justin e un fluido si trasmette. Tra di noi c’è un’ottima intesa, so che posso fidarmi di lui, è alla sua sesta partecipazione a Le Mans. Stringendoci la mano gli dico che lo aspetto tra un’ora per il cambio, la risposta è perentoria: “puoi starne sicuro”.

Come previsto al semaforo verde le Porsche partono come kamikaze e dopo pochi giri occupano i primi 4 posti della GT2. Noi abbiamo una tabella di marcia da rispettare che è valida fin dal primo giro e li lasciamo scatenare.

Justin rientra al box per il cambio, siamo noni ma stiamo rispettando perfettamente i nostri “time target”.

Rifornimento, cambio pilota e riparto con le stesse gomme di Justin. Esco dai box e mi ritrovo tra due ali di pubblico. Tratto la macchina come un gentiluomo tratterebbe una bella donna. Mi ritrovo a chiedergli scusa se per fare un sorpasso forzo un po’ la frenata o tiro qualche giro in più di motore.

Con grande facilità mantengo il ritmo stabilito e ad ogni passaggio comunico a Graham (il mio ingegnere di pista) i dati sul consumo del carburante. Come previsto le Porsche incominciano a tornare su ritmi più consoni ad una 24h ed alla fine del mio turno siamo già risaliti al 3° posto.

Lascio il volante a David e vado a riposarmi.

L’unico nemico è il caldo, il motore anteriore e gli scarichi che passano ai lati dell’abitacolo portano la temperatura interna ad oltre 60 gradi. Quando scendiamo dall’auto la tuta si potrebbe strizzare, i medici ci costringono ad idratarci continuamente.

Dopo la seconda ora di gara il team perde l’auto n° 50 per un banale guasto elettrico.

In attesa del cambio pilota con il sedile necessario per compensare la differenza d’altezza con Justin Bell

Quando risalgo in auto, affronto un turno di guida doppio dalle 20.00 alle 22.00 e verifico che la luce al tramonto, da cui mi aveva messo in guardia il direttore sportivo ed ex pilota Pierre  Dieudonnè (11 partecipazioni a Le Mans), è veramente insidiosa, tanto che in alcuni punti la pista non si riesce a vedere.

Tutto funziona come un orologio ed alla fine del mio turno siamo in testa anche a causa di un problema al cambio che ha rallentato la vettura n° 51.

Nei miei turni di riposo, mi rifugio nel mio motorhome. Tolgo l’abbigliamento ignifugo inzuppato di sudore e mi rilasso sul letto. Il telefono è sempre acceso accanto a me. Se c’è qualche emergenza, mi chiamano e devo precipitarmi ai box. Proprio per questo motivo, prima di coricarmi preparo tutto l’abbigliamento asciutto pronto per essere indossato. Un errore che fanno i piloti meno esperti o più ansiosi, è quello di rimanere nel box anche quando possono riposare. Bisogna staccare la spina. Poi io ho Luciano che mi relazionerà su quanto accaduto mentre mi riposavo.

 

I turni si susseguono regolarmente e siamo perfettamente in tabella di marcia. Verso le 3.00 del mattino faccio il pieno di adrenalina quando in fondo al rettilineo che porta alla Chicane Nissan mi entra all’ultimo momento nel fascio di luce, un pneumatico dechappato perso da qualche auto. Riesco a mantenere il sangue freddo, colpirlo vorrebbe dire danneggiare forse irrimediabilmente la vettura, una correzione brusca e istintiva potrebbe portarmi a verificare di persona cosa vuol dire un testacoda di notte a 300 km/h. Faccio una correzione millimetrica e mi rannicchio aspettando il colpo … niente! Penso di averlo schivato per pochi centimetri. Il pericolo scampato mi rende euforico, quasi allegro quando … sento gracchiare la radio ma non capisco cosa mi stanno dicendo dai box.

Arrivo alla curva Indianapolis e vedo i lampeggianti gialli, rallento e mi inserisco in curva (normalmente in 5° a più di 200 km/h), sento mancarmi la macchina da sotto e contemporaneamente vedo due macchine contro il guard-rail.

La notte di Le Mans vuole sempre le sue vittime. Un improvviso scroscio d’acqua aveva bagnato quell’unico settore per poi smettere subito. Il gracchiare negli auricolari, era dovuto al tentativo di avvisarmi dai box, via radio, del pericolo. Ingaggio una lotta con il volante, penso di aver fatto più di 100 metri di traverso ma riesco a riallineare la macchina. Ho la sensazione che mi stiano tremando le gambe. Prima la gomma in mezzo al rettilineo e nello stesso giro la curva bagnata. Cara Le Mans, te la stai prendendo con me perché sono un esordiente e mi trovo in testa? Io non mollo!

Per un giro me la prendo comoda e verifico le condizioni della pista, trovo la stessa situazione alla Esse della Foresta (dove vedo insabbiata la n° 51) ed a Tetre Rouge.

Il meccanico in primo piano effettua un rabbocco d’olio

Con un alternarsi di pista asciutta e bagnata passiamo la notte e mi trovo alla guida nel momento dell’alba. Lo scenario è fantastico, la visibilità un po’ meno, ma una delle leggende di Le Mans dice che quando si vede l’alba il peggio è passato.

La mattina prosegue senza scossoni, verso le 7.30 raggiungo la Porsche n° 64 che in questo momento è seconda in classifica dietro di noi. Devo doppiarla per mantenere il mio ritmo. Aumento un po’ il passo, la passo in frenata. Saluto con la mano e poi allungo. Naturalmente conosco il pilota alla guida. La manovra è sciocca ed inutile, ma voglio fare del terrorismo psicologico facendogli capire che stiamo andando a spasso e se volessero aumentare il ritmo per avvicinarsi, in qualsiasi momento noi saremmo pronti ad andare molto più veloci.

I miei compagni stanno svolgendo egregiamente il loro compito e continuiamo a mantenere il comando con un buon margine.

 

Mi si avvicinano De Chaunac e Dieudonné con l’aria stanca e tirata. Mi dicono di aver cambiato l’ordine dei turni perché vogliono che sia io alla guida nelle ultime due ore per portare la macchina al traguardo. Vedersi assegnare un compito così delicato e prestigioso o mi fa molto piacere. Le ultime ore sono le più insidiose per la concentrazione e per la meccanica e tagliare il traguardo…inutile che lo dica… Grazie per la fiducia!

Il mio ing. Heric Graham

Il mio ingegnere di pista inglese mi convoca per un briefing “a due”. E’ stravolto, mancano tre ore alla fine della gara e si vede che vuole (come tutti) ottenere il risultato. Mi spiega che a questo punto della corsa (abbiamo 5 giri di vantaggio, un’enormità) finisce il mio compito di “racing driver” e devo trasformarmi in “milk-man”. Il mio inglese è incerto ma non riesco a trovare il nesso tra un pilota ed un uomo-latte.

Gli chiedo spiegazioni e lui, che se le aspettava, sorridente mi spiega che in Inghilterra i “milk-man” sono gli autisti che consegnano il latte con i furgoni. Messaggio ricevuto: devo andare a spasso per le ultime 2 ore.

De Chaunac si raccomanda di rimanere concentrato perché rallentando il ritmo è facile commettere errori.

Parto per concludere la gara. Sono iper-concentrato, penso di avere due orecchie come Dumbo per sentire ogni minimo rumore o vibrazione sospetta ma la macchina, incredibile, è perfetta. Ogni volta che la mente sfugge da quello che sto facendo faccio un reset del cervello: temperatura acqua, temperatura olio, pressioni, indicatore consumi, marcia, n° di giri… e si ripensa alla pista.

E’ facile incominciare a pensare come sarebbe bello vincere prima di aver tagliato il traguardo, ma è proprio lì che si annida l’errore.

Le fiancate dell’auto nere per la polvere di carbonio dei freni.

Dal box mi segnalano quanto manca alla fine della corsa, per rimanere più concentrato ho chiesto che nei miei ultimi turni di guida avessi alla radio Pierre che parla un ottimo italiano. Con le segnalazioni in inglese dovevo concentrarmi troppo nell’ascolto.

Meno 20 minuti, meno 10, come da ordini di squadra aspetto la n° 51 che si è riportata al secondo posto per tagliare insieme il traguardo.

Arrivo sul rettilineo dei box, vedo il direttore di corsa con la bandiera a scacchi e nella radio sento il Boss: “Grazie Luca!” a turno sento i vari ingegneri tributarmi un “Well done Luca”. Mi colpisce la frase di Pierre Dieudonnè: Bravo Luca, Vittoria molto meritata. Vedo i meccanici che saltano sul muretto dei box, il pubblico sventola le bandiere, alla radio continuano a ringraziarmi. Alla radio ringrazio amia volta e chiedo di ringraziare anche David e Justin.

Pedro Lamy al mio fianco sulla n° 51 alza il pollice, penso di mettermi a piangere ma non faccio in tempo a sciogliermi, subito dopo il traguardo il parco chiuso.

Mi vengono incontro dei commissari per un autografo e per chiedermi i guanti in regalo, mi sento rapire e caricare su un’auto che mi porta verso il podio.

Sono un po’ smarrito, avrei voluto andare dal team, ringraziare i meccanici, i tecnici. Entro in una stanza e trovo Justin e David. Grida di gioia ed abbracci sinceri, sento di volergli bene, abbiamo condiviso un’avventura che è andata come nei nostri sogni migliori. Abbiamo mantenuto quello che in tanti si aspettavano da noi. Ci chiamano sul podio, la folla sottostante è una marea colorata e chiassosa, sarà la stanchezza, sarà il rumore ma mi gira maledettamente la testa.

 

 

Penso che potrei anche svenire ma non voglio perdermi questo momento.

Saliamo sul podio a braccia levate e il boato della folla mi fa vivere un’emozione fortissima.

Rapida apparizione alla conferenza stampa e poi giù ai box. Voglio ringraziare di cuore tutti. Uno per uno, dagli autisti dei camion ai dirigenti della Chrysler venuti appositamente dall’America.

Arriviamo al box e ci ritroviamo lanciati per aria dai meccanici. In un battibaleno è stata allestita una festa all’interno del box dove i capi, i meccanici, gli ingegneri, i piloti, insomma tutti si sono lasciati andare in un unico grido di vittoria.

Abbiamo bevuto, cantato, ballato e urlato fino a che la voce ha incominciato a fare cilecca.

Grazie al team ed alla Chrysler per aver creduto in me.

Grazie a Justin e David che hanno costruito con me la vittoria.

 

Grazie mitica Le Mans per avermi permesso di essere un piccolo tassello della tua storia.

Quando mio figlio Mattia sarà abbastanza grande per comprendere, gli parlerò della corsa del secolo e gli dirò: “Io c’ero”.

Il vostro Milk-man

P.s. : Ho vissuto un sogno ma forse me lo meritavo.

P.p.s: i festeggiamenti sono poi proseguiti a Detroit dove sono stato invitato due volte per cerimonie ufficiali di ringraziamento.

La Viper N.53, dopo aver tagliato vittoriosamente il traguardo, è passata dalle mie mani, direttamente al museo della Chrysler a Detroit dov’è tuttora esposta. Il mio nome sul tetto…resiste.  

 

Autore dell'articolo: Luca

4 thoughts on “La gara (parte 3)

    Ivan Patacchia

    (3 maggio 2017 - 20:35)

    Leggere questa storia di vita , mi ha lasciato incollato alla sedia. Non ricordavo avessi vinto anche la 24h di Lemans , sono molto onorato di averti conosciuto seppur per così breve tempo e di aver avuto come team manager un pilota con tanto curriculum

    […] La gara (parte 3) […]

    Mauro Scaioli

    (11 febbraio 2017 - 18:52)

    Bellissimo racconto,mitico Luca!

      Luca

      (11 febbraio 2017 - 18:58)

      Grazie Mauro!

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